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Dal Black Hotel ad oggi | In the mirror with Sycamore

Dieci anni fa parlavamo di uno studio romano, Sycamore. L’attività, fondata nel 2002 dall’architetto Raniero Botti, opera da sempre nel campo dell’architettura e dell’interior design, spaziando dalla dimensione residenziale al settore del contract e dell’hotellerie. In questi ultimi anni lo studio è cresciuto, si è trasformato ed è riuscito a confermare la sua posizione nel settore.

Lo spazio vuoto diventa il segno dell’architettura del luogo e determina le relazioni tra gli oggetti

<<Siamo andati avanti nonostante questi difficili anni di crisi che ha colpito il Paese e principalmente la nostra professione. Da allora siamo diventati più maturi e abbiamo avuto la forza di affrontare ogni nuovo progetto con più consapevolezza, misurandolo con il periodo storico e concependolo con la giusta dose di contemporaneità. Siamo cresciuti – afferma l’architetto Botti – lo studio si è allargato, la nuova sede ci rappresenta più che mai, e tutto ciò ci consente di guardare al futuro forti delle tante esperienze fatte e carichi di voglia di fare Architettura.>>

 

Che importanza ha nel vostro iter progettuale l’interior design?
L’interior design è molto importante per noi. Persino la collocazione di un vuoto nella composizione di un prospetto viene calibrata sulla base di un’ipotesi preliminare d’interior design, anche se non rientra negli incarichi di progetto. Invece, se la progettazione degli spazi interni è di nostra competenza, facciamo in modo che si instauri un dialogo costante tra l’esterno ed i suoi interni, fino ad arrivare ad una fase di massima soddisfazione estetica e funzionale. Se ispirati, ci spingiamo fino al design dell’oggetto o del corpo illuminante che abiteranno quegli spazi. Negli ultimi anni abbiamo confermato la nostra posizione anche nel mondo del Design, con la precisa volontà di pensare e disegnare l’edificio e tutti gli arredi che ne faranno parte, generando ogni volta un Unicum: caratteristica intrinseca di tutti gli alberghi che abbiamo realizzato.

 

Parliamo dei progetti conclusi nel 2017, come l’hotel Marriott Renaissance di Roma. Come definite il vostro progetto?
Una gran fatica, tra l’altro ancora in fase di chiusura. Ci siamo dentro da dieci anni ma in questo breve periodo il mondo è cambiato e gli alberghi hanno rinnovato il concetto di distribuzione degli spazi: oggi ci confrontiamo con la generazione dei Millenials ed ancora con la generazione Z. Sono loro gli utenti-target di riferimento, attuale oggetto di studio in tutti i settori, gli utenti ai quali dare risposte e comfort con schemi nuovi al passo con i tempi, sempre connessi alla rete. Pensando a loro, gli alberghi mutano in termini di servizi offerti e di logiche di progettazione. Considerato il periodo in cui l’hotel Marriott Renaissance è stato concepito, possiamo reputarlo un progetto visionario che rispecchia esattamente il nuovo trend e si candida quale prodotto innovativo di riferimento nel campo delle strutture alberghiere.

 

Affermate che gli spazi interni ed esterni di questo progetto sono legati da una sintonia cromatica e materica. Potreste spiegare meglio questa definizione? Qual è stato l’iter progettuale per la realizzazione di questo hotel?
La geometria su cui è stato sviluppato il progetto di questo hotel, si basa sull’impianto planivolumetrico approvato dalla Convenzione. Due corpi di fabbrica sono uniti da un terzo e tale incontro genera la parte più interessante del progetto: la zona comune, che funge anche collegamento tra il piano interrato, il piano terra e la zona esterna che accoglie la piscina. Il nodo compositivo del progetto è l’apertura massima verso gli spazi esterni: rendendo il piano terra libero da setti, abbiamo garantito la continuità con l’esterno tramite ampie vetrate e reso gli spazi interni permeabili alla luce ad al verde. La luce invade la hall dalla copertura sino al piano interrato. La pianta delle zone comuni è libera ed organica e nasce da una volontà progettuale di costruire spazi interni irregolari che rievocassero l’andamento dei campi e della campagna che circonda fisicamente l’albergo. La “grande piazza” dove hanno luogo le funzioni conviviali dell’albergo è dunque per noi il proseguimento costruito della campagna romana. La logica quasi matematica che interessa la struttura regolare delle camere dei corpi di fabbrica, si perde analizzando i prospetti che, di contro, sono scanditi da vuoti e da pieni che seguono un ritmo irregolare.
Il duplice cromatismo del rivestimento a mattoni genera campiture diverse, rafforzando il ritmo irregolare di cui sopra. I materiali e le finiture scelti per vestire gli spazi interni ed esterni di questo progetto, vengono proposti dal territorio stesso: la romanità intrinseca del travertino, il laterizio romano. Il paesaggio accoglie la struttura e, in modo naturale, i due organismi entrano in una sintonia cromatica e materica.

 

Secondo quale tipo di filosofia progettuale vengono scelti i materiali per i vostri progetti? Quanto peso ha lo studio del contesto?
Dipende dal progetto. La scelta dei materiali è fondamentale per alcune tipologie di progetti e lo è meno per altre, per cui si può osare proponendo materiali capaci di mettersi in mostra e stupire il fruitore semplicemente con la loro presenza. Il contesto ed il luogo sono elementi importanti per la scelta dei materiali, fortemente legata alla destinazione d’uso. Sta alle nostre capacità trovare le soluzioni opportune per contestualizzare un particolare materiale, inserendolo nel progetto con molta responsabilità. Da 0 a 100 l‘analisi del contesto per noi vale 90: è il primo passo concreto da fare per affrontare un nuova progettazione, sia esso in scala urbana o che si tratti di una semplice ristrutturazione, il contesto è per noi sostanziale.

 

Nel progetto Kip Island dell’auditorium di Riga avete presentato un nuovo concept quello del non-finito. In che modo è stato elaborato e sviluppato nel vostro lavoro?
È un bel “non-finito” quello dell’auditorium di Riga. Si inserisce in uno spazio fluido che comunica e interagisce con lo spazio vuoto urbano lasciato dai frammenti che compongono il Centro Espositivo Internazionale di Riga. Il completamento dello spazio vuoto dà forma e vita a nuove piazze che sostituiscono parti irrisolte del tessuto urbano e le trasformano in nuovi punti di sosta e di incontro in cui le relazioni spaziali e sociali si interconnettono. Lo spazio vuoto diventa il segno dell’architettura del luogo e determina le relazioni tra gli oggetti. La convivenza del nuovo con la fluidità dello spazio contemporaneo si incontra con le prove stratificate della storia di Riga, offrendo così una nuova immagine. Lo spazio vuoto pianificato consiste nella rampa di scale e nella collina artificiale. Questi due simboli ci ricordano istintivamente il concetto di incompiuto. Questo è un sentiero che sale verso un orizzonte lontano che diventa un nuovo punto di vista sulla città. Le forme architettoniche si deformano quando sono in contatto con lo spazio circostante. Le stratificazioni dei materiali della storia destabilizzano lo spazio e la forma, dando valore aggiunto al luogo. Tutto è ben radicato al suolo prima di librarsi verso l’alto, con un segno aperto e non finito che assorbe lo spazio vuoto e lo trasforma in spazio architettonico. La struttura, attraverso l’uso di una pelle innovativa tecnologica e di terracotta come materiale componente, simboleggia la città di Riga. Così, il progetto diventa un’icona zoomorfa di un pesce che emerge dalle acque del Baltico. Questo senso di movimento, che collega spazi interni ed esterni e raggiunge l’infinito, diventa la nuova immagine della città.

 

Esiste un filo conduttore comune tra i vostri lavori?
Si, esiste. Probabilmente non è facile riconoscerlo visto che la metodologia e la sintassi sono le variabili che accomunano i nostri lavori. Volutamente non abbiamo una ricetta, ogni progetto è a se stante e vive semplicemente di una propria unicità, che lo caratterizza e lo allinea al nostro modus operandi.


Potreste fare una panoramica veloce di altri progetti importanti su cui avete lavorato di recente?  Vi sono particolari progetti in cantiere?
Tra i progetti in corso d’opera annoveriamo: una ristrutturazione nel cuore di Roma, importante per dimensione e complessità strutturali ed impiantistiche, in cui la tecnologia domotica interviene in modo intelligente unendo tutti i sistemi in un’unica soluzione integrata e garantendo il miglioramento della qualità della vita domestica; la pianificazione di un edificio residenziale nel centro di Grottaferrata che promette grandi potenzialità estetico-progettuali; la progettazione di un edificio residenziale e commerciale a Milano Rho che vanta soluzioni impiantistiche e tecnologie di ultima generazione, per offrire il massimo degli standard abitativi in classe A. Attendiamo l’approvazione di un progetto per un Resort di lusso in Sri Lanka, per cui proponiamo un nuovo modello di riferimento in questo settore, il Butler Resort, per lo sviluppo futuro di una nuova catena alberghiera. Stiamo concorrendo in una competizione internazionale a Teheran dove geometrie in rotazione plasmano un edificio che emerge nel contesto e si  attesta in un uso contemporaneo ma esperto dell’ottagono, particolare elemento decorativo e architettonico sempre presente nelle architetture Islamiche Persiane.

 

Chiara Grossi