STAY TUNED

Book collection 10 anni
Begin typing your search above and press return to search. Press Esc to cancel.
  • No products in the cart.

Dalla Fog House ad oggi | in the mirror with Filippo Bombace

Siamo oggi con l’Architetto Filippo Bombace, titolare dello Studio di Roma Oficina de Arquitectura. Per anni lo studio si è dedicato con passione al campo dell’architettura e del design, ponendo l’attenzione sulle qualità espressive dei materiali e della luce.
Oggi – afferma l’architetto – l’attività punta ad “elevare ancora di più il regime qualitativo in un mercato carico di insidie”.

La bellezza di questo mestiere si sintetizza proprio nella capacità di trasmettere lo stesso pathos alle diverse scale di intervento, arrivando così a controllare l’intero processo progettuale in tutte le sue dimensioni


Nel corso degli anni abbiamo parlato di diversi progetti tra cui la Gigli d’Oro suite e la Fog House. Come si è sviluppato fino ad oggi il vostro studio dei materiali?
Il mercato delle finiture materiche è oggi completamente esploso offrendo una varietà di prodotti a volte anche sovradimensionata rispetto alla reale domanda.
Questo implica da parte nostra un costante aggiornamento, dal punto di vista tecnico mediante frequenti incontri con i rappresentanti delle varie aziende, partecipazione a eventi e fiere di settore o proprio visitando gli impianti di produzione per approfondire tutte le difficoltà legate alla nascita di un prodotto e le sue caratteristiche tecniche, ma anche dal punto di vista commerciale, per trasferire al cliente le nozioni di base per distinguere prodotti apparentemente simili e individuare insieme quello più indicato al caso specifico.

 

Avete lavorato in diversi settori come l’architettura, l’interior e il product design. Quali sono i progetti che più rappresentano la vostra filosofia progettuale?
La bellezza di questo mestiere forse si sintetizza proprio nella possibilità/capacità di trasmettere lo stesso pathos alle diverse scale di intervento, arrivando così a “controllare” l’intero processo progettuale in tutte le sue dimensioni: nel nostro caso comunque, pur avendo lavorato sia alla scala dell’architettura costruita che a quella del product design, riteniamo probabilmente la scala intermedia – quella dell’interior design – quella più vicina alla nostra filosofia progettuale, fatta principalmente di ascolto del cliente.

 

Cosa rappresenta per voi l’uso del colore?
Il colore è sicuramente tornato ad essere uno strumento del progetto architettonico. Superati gli anni del cosi detto “total white” si è nuovamente imposto per ritmare, staccare, o comunque concorrere a disegnare, anche mediante solo una riga, l’architettura dell’intervento.

 

Se parlassimo di materiali di recupero?
Il recupero anche vive un momento aureo e questo forse è uno dei risvolti positivi della crisi economica cha ha afflitto il paese in questi ultimi anni. La necessità di contenere la spesa unita alla volontà di recuperare sapori di un passato fatto a volte di cose molto semplici ma anche molto fascinose, ha comportato la riscoperta di elementi magari solo pochi anni fa finiti nel dimenticatoio o l’utilizzo di finiture “consumate” dal tempo.
L’industria è stata poi molto abile e veloce a tradurre questa necessità in un prodotto “a catalogo” e da qui il proliferare di riproduzioni di cementine, mosaici, parquet più o meno usurati, ecc.

 

In che modo vi rapportate con la tematica dell’ecosostenibilità?
Altro tema che non si può omettere ormai di trattare anche se, possibilmente, senza mai prevaricare la qualità ‘architettonica’ dell’intervento che si sta strutturando. Come dico sempre, prediligo la tecnologia “nascosta” a quella spudoratamente denunciata e, fin dove possibile, l’adozione di soluzioni naturali; in un recente lavoro ad esempio, oltre ai classici interventi di insufflaggio e installazione di infissi performanti, abbiamo preferito optare per dei semplici ventilatori a pale per il raffrescamento estivo e per l’installazione di un impianto di microeolico che verrà installato sul tetto dell’abitazione, per rendere la stessa autosufficiente.

 

Esiste un filo conduttore comune nei vostri progetti?
Secondo me sì, la necessità di strutturare progetti dotati di quella “pulizia” di base, necessaria a smorzare l’inevitabile sovraccarico di vissuto portato poi dal cliente. Il tutto ovviamente, in un percorso oramai di diversi decenni, incrociando clienti, luoghi, contesti differenti storicamente, culturalmente e geograficamente, non può non generare progetti diversi tra loro per impatto materico, cromatico, budget, quantità di decoro, ecc.

 

Un vostro progetto di qualche anno fa ha vinto l’International Prize Architettura e Design Bar / Ristoranti / Hotel d’Autore 2017. Parliamo di Walking, il piatto con i manici che diventano piccole gambe “in movimento”. Come definite questo progetto?
Walking rappresenta una piacevole esercitazione che ha prodotto però un immediato e inaspettato successo, vincendo due premi e raccogliendo innumerevoli commenti di consenso per la “simpatia” insita nell’idea di questi piatti che camminano.

 

Come viene giustificata la scelta dei materiali per questo progetto?
La ceramica era ovviamente richiesta per l’utilizzo finale del prodotto, il legno delle gambette è una nostra proposta necessaria, unitamente alla gamma di tinte naturali e opache scelte per la ceramica, a conferire ancora più calore e semplicità al progetto.

 

Il design è in continua evoluzione. Il contesto influenza il vostro lavoro?
Inevitabilmente, lavorando sui luoghi e sugli oggetti con cui si vive, non si può rimanere indifferente a quello che ti succede attorno.

 

Vi sono progetti in cantiere sui quali potete darci qualche anticipazione?
Forse la prima applicazione di progetto al mondo dell’edilizia prefabbricata, una delle possibili interpretazioni dell’edilizia del futuro.

 

In apertura la foto del progetto “Fra Cielo e Mare”

 

Chiara Grossi