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La sfida del designer millenial: creare prodotti con la piccola impresa

Son passati un po’ di anni da quando ho lavorato al design del mio primo prodotto. Correva l’anno 2013 ed era la prima volta che affrontavo un progetto sotto la mia esclusiva responsabilità. Fino a quel momento avevo lavorato in studi di design ed aziende, c’era sempre qualcuno al di sopra di me che si prendeva la responsabilità di dire se quello che stavo progettando andasse bene o meno. Ma quella volta era diverso.
Era un prodotto per una grande industria, roba da 300 milioni di fatturato, e non so bene per quale legge di allineamento dei pianeti, aveva deciso di affidare lo styling del loro nuovo prodotto ad un ragazzo di provincia che aveva appena compiuto 24 anni.
Sono uno che oltre a metterci passione nelle cose, ci carica alla grande tutta l’ansia del mondo. Immaginate che questa ansia sia come il pappagallo del capitano Long John Silver che dice “Pezzi da otto” tutto il dì, potete quindi capire come avessi fatto ogni minimo calcolo progettuale per fare in modo che il tutto vedesse la luce e senza difetti.
Alla fine il prodotto venne perfetto, sia nello stile che nelle sue parti strutturali. Aveva però una grande difetto, e non lo avevo minimamente calcolato, complice l’inesperienza: costava troppo. L’azienda era grande e strutturata, con le giuste modifiche e il loro aiuto ho capito come risolvere la cosa e abbiamo portato a casa il progetto.

Andando avanti con i lavori e le commesse, piano piano ho iniziato ad avvicinarmi al mondo del mobile, un po’ per predisposizione, un po’ per divertimento.
Inutile dire che, sopratutto le prime volte, mi sono imbattuto in realtà piccole o piccolissime, che avevano un sacco di voglia di fare, ma poca esperienza. Con loro, superato lo scoglio più grande, ovvero far capire che i disegni del designer vanno rispettati al millimetro, mancava il senso di critica che invece avevo trovato nelle aziende più grandi: l’importanza del prezzo, come comunicare il prodotto, come trasportarlo, etc etc.
Fatto il prodotto sembra tutto facile: esco e lo vendo. Purtroppo non è così. Il fatto che questi arredi vengano realizzati da aziende piccole, che lavorano manualmente, non giustifica il prezzo alto. O meglio, lo giustificherebbe se ci fosse un brand ben strutturato dietro le spalle in grado di fare capire “perché” un prodotto costi così tanto. Allora bisogna fare un passo indietro, tornare al progetto.
Per mettere in condizione un’azienda di creare un brand, bisogna prima avere un prodotto di successo, sia per creare i fondi, sia per instaurare un rapporto di fiducia col cliente.
Per creare un prodotto di successo ci vuole il giusto compromesso tra la qualità del prodotto, il costo e la sua bellezza.

Il compito della nuova generazione di designer è quello di saper interpretare le capacità manifatturiere di queste piccole e nuove realtà che cercano di farsi spazio nello spietato settore del design. L’unico modo è trovare in ogni progetto l’equilibrio di forza tra qualità, costo e bellezza senza farsi fagocitare dall’ego progettuale e disegnare qualcosa che piace alla community dei designer e basta.
I nuovi designer e le nuove aziende hanno tutti gli strumenti per crescere, una volta capita la formula hanno la possibilità di svilupparsi, regalarsi soddisfazioni e, perchè no, sviluppare nuove formule di pensiero intellettuale per uno sviluppo critico della parola “progetto”.

 

Ph: Mario Alessiani e Flamingo, lampada da tavolo a LED

 

Mario Alessiani è un industrial designer abruzzese, classe 1989. Fin da studente (si diploma in Product Design allo IED di Roma), collabora come junior designer nello studio di Giulio Patrizi. Si trasferisce poi a Londra iniziando a lavorare con Jake Phipps, designer per Innermost, Thonet e Riva 1920, oltre che titolare di un marchio di autoproduzione a proprio nome. Tornato in Italia fonda il suo studio. Oggi collabora con aziende nazionali ed internazionali spaziando tra prodotti di tiratura industriale e serie limitate.

marioalessiani.com