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MAXXI. Mostra Paolo Pellegrin | In the mirror with Sergio Bianchi

Oltre 150 immagini raccontano una storia unica, quella del lungo viaggio alla ricerca dell’uomo del fotografo, reporter e artista Paolo Pellegrin. Un racconto che diventa un percorso museale attraverso guerre, emergenze umanitarie ma anche storie di grande poesia e una natura portentosa e pulsante. L’architetto Sergio Bianchi progetta l’allestimento nella Galleria 5 del Maxxi, tra contrasti cromatici, luci, ombre e dislivelli volutamente costruiti.

La mostra si articola in un percorso che guida il visitatore nel mondo di Paolo Pellegrin, un mondo fatto di contrasti, di neri profondi, di ombre, ma anche di luce, di speranza.

L’allestimento è un percorso immersivo che si snoda tra due estremi: il buio e la luce. Il forte contrasto cromatico tra il bianco e il nero veicola un particolare stato emotivo e si fa portavoce del messaggio e della storia raccontata da Paolo Pellegrin attraverso i suoi scatti. Nella parte basse dell’allestimento prevale il nero, il dramma dell’uomo, il dolore, la guerra, le violenze, la distruzione. Ma anche l’intima bellezza. Un muro nero avvolge uno spazio completamente bianco in cui invece prevalgono immagini di una natura che nella sua maestosità e lontananza sembra ricordarci la fragilità della condizione umana.

<<Il buio e la luce sono il bianco e nero in fotografia. Asciugando il colore si va all’essenza>>.

Sergio Bianchi racconta il progetto, dal contesto architettonico del MAXXI alla poesia dell’allestimento.

 

 

Come si articola l’allestimento e in che modo dialoga con l’architettura del MAXXI?
La mostra si articola in un percorso che guida il visitatore nel mondo di Paolo Pellegrin, un mondo fatto di contrasti, di neri profondi, di ombre, ma anche di luce, di speranza. All’esterno della Galleria 5 ci accoglie la proiezione di un mare che rende le superfici dell’atrio a tutta altezza ancora più vibranti anche in ragione dell’oscuramento della copertura. L’oscuramento si fa totale nella prima parte del percorso dove si presentano i conflitti, il dolore, la sofferenza. Il senso di disagio è enfatizzato dal pavimento inclinato, una caratteristica distintiva dello spazio della Galleria 5. La grande vetrata che si affaccia sulla città diventa un luogo di transizione tra il nero della prima parte e il bianco omnipervasivo della sala dedicata alla natura. Davanti alla vetrata ci sono dei ritratti scattati a Tokyo in strada, in presa diretta, senza “filtri”, sono dei fantasmi, dei ghosts appunto come li chiama Paolo. Dallo spazio un denso passaggio ci conduce nell’immaginario di Paolo: la parete pensiero. Venti metri di appunti, riflessioni, provini, maquette, foto che testimoniano di una fotografia intesa come processo. La parete pensiero culmina nel prezioso ritratto di una rom. Di qui si accede all’area bianca della natura.

Nel continuo rapporto con lo spazio di Zaha Hadid, l’idea è stata quella di modificare la quota del pavimento e del soffitto. Il pavimento viene portato in piano. In contrasto con la zona scura qui tutto è luce. La luce, grazie al grande soffitto Barrisol, pervade l’ambiente in modo totale. Si annullano le ombre. In questo spazio introverso l’attenzione si fissa sulla natura, una natura fragile ferita, ma al contempo maestosa. Ci sono i ghiacciai, il mare, ma anche di nuovo l’umano. Il primo piano di una ragazza africana, come i ghiacciai, assurge a metafora e ci parla ad un tempo di bellezza e di sofferenza

 

Che ruolo hanno il buio e la luce?
Il buio e la luce sono il bianco e nero in fotografia. Asciugando il colore si va all’essenza. Direi che Paolo Pellegrin mira sempre all’essenza. Questa mi sembra la caratteristica più netta del suo fotografare: una fotografia che scava, che mette a nudo la realtà e che al contempo, in un gioco di riflessi, di aperture, di tagli obliqui ci offre l’opportunità di interiorizzare il suo racconto con l’immaginazione.

 

Come nasce il progetto di raccontare il reportage di Paolo Pellegrin?
Il rapporto con Paolo Pellegrin nasce attraverso sua sorella, Chiara. Chiara è una formidabile artista. Dipinge spazi immaginari fatti di colore, di punti, di materia. Insieme a Chiara, da anni, stiamo lavorando alla gestione e alla promozione dell’archivio di Luigi Pellegrin, architetto di cui sono stato allievo. Luigi Pellegrin, il padre di Chiara e Paolo, è stato un grande maestro e catalizzatore. Ha impegnato tanta della sua energia nella ricerca di nuovi modelli di habitat. Come Paolo i suoi occhi hanno sempre guardato con preoccupazione ed intimo trasporto al contingente. Di fatto la collaborazione nasce da radici comuni. È stata proprio Chiara, il cui contributo è stato fondamentale nella definizione dell’allestimento, a tessere le fila di questa collaborazione.

 

In che modo l’architettura e l’allestimento creano un percorso immerso e coinvolgente?
Credo che il segreto sia da cercare nel contributo profondo di Annalisa D’Angelo. Annalisa lavora da anni con Paolo e ne conosce l’opera e, direi, le intenzioni ad un livello estremamente profondo. Con lei abbiamo scelto le immagini, le dimensioni, le cornici. Lei soprattutto ci ha guidato nel tessere una serie di rimandi tra le immagini e i temi in mostra. Lo sforzo è stato quello di cercare una corrispondenza tra spazio luce e fotografia nel tentativo di far plasmare lo spazio dalle foto che cercavano una propria situazione di luce e di spazio per essere raccontate.

 

Mostra a cura di Germano Celant
Elaborazione e sviluppo dei contenuti: Annalisa d’Angelo, Sergio Bianchi, Chiara Pellegrin
Progetto allestimento: Sergio Bianchi con Simone Fracasso, Valeria Menculini, Roberto Ruggeri, Vincenzo Labellarte
Studio Pellegrin: Agnese Capalti, Alessio Cupelli
Studio Celant, Milano: Laura Conconi, Maria Corti, Marcella Ferrari
Stampe fotografiche di Digid’a Davide Di Gianni
Cornici di Martinelli cornici

 

Elisa Viglianese